Ogni viaggiatore che si rispetti tiene un diario di bordo. Raccontare è come viaggiare, e se non porti con te un po' dell'altro, i tuoi orizzonti saranno sempre ridotti a quello che hai creduto di vedere.


Antonello Messina



giovedì 27 agosto 2015

Parole sul binario sbagliato


Il treno che mi porta verso il sud della Francia, sfreccia velocissimo. 
Sono maledettamente abituato ai treni, al loro diverso afrore, al loro diverso dondolare, ai bagni fuori servizio, a quelli che per la fretta di salire non ti fanno scendere. 
Solitamente per una qualche maledetta congiunzione astrale mi trovo seduto di fronte un moccioso che strilla emettendo suoni incredibilmente striduli, sembrerebbe per il puro gusto di farlo. Le madri sedute accanto, sono generalmente incuranti del disturbo arrecato dalla propria prole. La madre di questo sembrava perfino rilassarsi. Una rivista in mano, uno sguardo ad una pagina qui, un'occhiata lì, mentre la sua creatura urla, urta e aggredisce l'umore dell'intero vagone. Eccola: ora gira le pagine con la stessa pacatezza di una casalinga che ha già preparato la cena per la sera e si gode la vita, seduta dal pedicure. La guardo fissa, con un misto di disprezzo e incredulità, ma lei nulla, non alza lo sguardo. 
In questi casi, spinto dalla crescente disperazione mi cresce una forza bruta, sollevati i miei 40kg di bagaglio (una ventina sono a causa della fisarmonica) cerco riparo in un altro vagone. 

Il vagone successivo sembra presentarsi meglio: ragazzo in t-shirt con cuffiette letteralmente inglobato dentro il suo smartphone, trentenne obeso che dorme, anziano con parole crociate. Sto per chiudere gli occhi quando dal sedile opposto sento la voce di una donna. 
È una vecchia signora cappello scuro, occhiali dalla montatura nera. Non sembra eccessivamente trasandata, ma la borsa e la busta che l'accompagnano e che tiene saldamente strette sono palesemente lerce. 
Penso: sta conversando con l'uomo di colore di fronte, ma guardando meglio quest'ultimo: sta profondamente dormendo. Ma dunque con chi parla? la fisso per qualche secondo, ebbene: parla da sola. Il mio francese è un tantino peggiore del mio tedesco, ma fortemente incuriosito da questo improvvisato monologo provo a foraggiare le mie capacità linguistiche e mi improvviso ascoltatore. 
Le parole buttate lì, una dopo l'altra sembrano non voler dire nulla, ma pian piano come in un puzzle, un mosaico esploso comincio a mettere insieme le fila del discorso. 
Ecco, sembro capire: si è appena svegliata, chiama la servitù. Donne dai nomi esotici, che dovevano filare molto a giudicare dalla cadenza seccata e insistente. 
Poi c'era il ménage della villa da gestire, la cena con gli invitati, gente da tutta Europa sembrava dover partecipare, bisognava mandare un'auto li, un'altra da tutt'altra parte. 
Il salone! arieggiare bene il salone. Poi improvvisamente eccola: in viaggio Parigi-New York. Le strade dove c'erano i negozi buoni, i ristoranti dove avresti trovato un ottimo servizio, posate leggere e luccicanti. Chiaramente, in quel vagone non solo il solo che sta ascoltando, infatti tra una pausa e l'altra con gli altri passeggeri ci lanciamo degli sguardi divertiti come per dire: bó?! 
Sembra stanca, le scarpe consumate sono di una che ha camminato tanto e non certo accompagnata dall'autista (come nei suoi sfavillanti viaggi). Il tono improvvisamente  diventa più duro, ora  parole come: "non potete farmi questo, la polizia,  la magistratura, si la magistratura, vedrete", ecco. Adesso queste parole  hanno una cadenza funesta, marziale. 

Ed io comincio ad incollare insieme le parole, come vagoni di un treno in miniatura. La storia di miseria in cui era caduta questa donna cominciava ad essere limpida, lucida, come se la follia avesse ancora per un qualche motivo, un cavo elettrico collegato alla realtà, al passato, a quella vita cominciata a grande velocità e finita nel binario sbagliato.

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