Ogni viaggiatore che si rispetti tiene un diario di bordo. Raccontare è come viaggiare, e se non porti con te un po' dell'altro, i tuoi orizzonti saranno sempre ridotti a quello che hai creduto di vedere.


Antonello Messina



martedì 8 aprile 2014

Recensione "Polyfemo" by Francesco Cusa

ANTONELLO MESSINA “Polyfemo”.

Gran bel quintetto questo capitanato da Antonello Messina, fisarmonicista palermitano da tempo trapiantato in Svizzera, nella costante diaspora e  fuga di talenti che sta divenendo, ahinoi, una prerogativa tutta italiana. Ciò che salta subito “all’orecchio” è l’assoluta padronanza degli stili, dei linguaggi nella comune matrice jazzistica che caratterizza e permea tutto il lavoro del quartetto. Le composizioni, tutte originali del fisarmonicista, spaziano dalla multimetrica “Black Dog” - notevole la fluidità dei cambi ritmici in relazione al dispiegamento del materiale tematico e improvvisativo - al tre quarti canonico “Les contradictions”, in cui spiccano le peculiarità solistiche di Messina e della chitarra di Umberto Fiorentino. Ma è certamente in “Polyfemo” che si dispiega la vena compositiva e solistica del leader, abilmente coadiuvato dagli interventi solistici di Michael Rosen al sassosofono, in relazione contrappuntistica con la ritmica di Luca Pirozzi e John B. Arnold, quest’ultima spezzata da un incedere a strappi, oseremmo dire piacevolmente, in una sorta di circumnavigazione del concetto di “fast tempo”. Le sonorità si fanno decisamente più post-funk nel brano “The Forrest Called”, fortemente caratterizzato dal basso elettrico di Pirozzi e dal gioco di unisoni tra basso e fisarmonica che rimanda a certe sonorità à la Weather Report, per poi virare verso altri lidi in “Ping Song”, sorta di quieto shuffle che si gioca tutto nel contrasto tra pulsione ritmica definita e delicatezza tematica. Intrigante poi lo sviluppo in “Question and Answer”, tramite una dinamica di alternanze tra il 7/8 iniziale e lo swing che dà libera espressione alla verve solistica. In conclusione, le premesse iniziali vengono ampiamente soddisfatte, a cominciare da questa idea ambigua tra la potenza ciclopica e il suo limite visivo, in un rapporto dialettico tra progetto e poetica che risulta essere coerente.