Ogni viaggiatore che si rispetti tiene un diario di bordo. Raccontare è come viaggiare, e se non porti con te un po' dell'altro, i tuoi orizzonti saranno sempre ridotti a quello che hai creduto di vedere.


Antonello Messina



giovedì 27 dicembre 2012

L'ultimo giorno del mondo


Qualcosa mi persuadeva che una certa mediocrità sta nell'atto del ripetersi, e nell'incapacità di rinnovarsi. Mi venivano in mente certi cantautori, che come un'enorme ruota circense montata in periferia e senza asfalto, pur roteando sempre gli stessi giri armonici si vantano di aver scritto centinaia di canzoni, tutte sempre nuove.
Ripensavo al mio vecchio professore di disegno geometrico, quando rivolgendosi alla classe proferiva: "Siete bestie! Che non vi passi per la mente di fare gli architetti! Di abomini fuori ne ho visti già troppi". Tornando alla cattedra con gli occhi al pavimento, quel giorno come altre volte disse sottovoce:
"Messina, vieni qui, che parliamo di Miles".
Era sposato da quarant'anni con la stessa donna, ma non rivelava nulla di lei, solo un’aura, una brezza che nessuno aveva mai sentito, proprio come in quei telefilm alla "Colombo", dove in una fantasmagoria generale la moglie è un irraggiato spirito che tutto sa, che tutto può, con l'unico scoglio di non riuscire a materializzarsi nella pellicola. Lo immaginavo solo, chiuso in cantina con i suoi vinili lambiti solamente da bianchi guanti, e quell'alta fedeltà di frequenze, amplificatori a valvole che atterrano su pesanti balaustre di marmo, cavi preziosi come collane in oro. Nessuna oscillazione doveva aggredire la punta del piatto, i muri dell’edificio, la sordina di Miles. Lo immaginavo con gli occhi spalancati al buio e quell'enorme naso ad aquila, potente abbastanza da sollevare la testa, librarsi e volteggiare nel soffitto. Lo vedevo, in quel ritiro, a struggersi sulle note di "King of Blue" o su "Ascenseur pour l'échafaud". Una catasta di solitudine, di reiterati gesti, da vecchio insegnate di liceo statale, schivo, bonario e irascibile.
Presto imparai a conoscere anche le sue uniche tre giacche a scacchi. Vecchie di almeno vent'anni, come un’uniforme di perizia e mestiere sfoggiavano la fierezza e il piglio di un capo di alta sartoria che ha sbagliato la fermata nel tempo. Quando s'incazzava per un'ombra riuscita male tornava improvvisamente bambino, straparlava nel dialetto del suo paese, incollava le spalle al muro, come a proteggersi da curvilinei impazziti e punti di fuga sbagliati: retaggio forse della guerra e delle bombe degli alleati. Passato il pericolo andava alla finestra, portava le mani dietro la schiena e si afferrava un polso. Granitico come un monumento di pietra arenaria, squadrava fuori, ed io dal mio posto, attraverso il riflesso del vetro, potevo osservarlo senza usberghi, senza alcun filtro. Mi chiedevo spesso cosa stesse pensando: Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Miles Davis, il preside, la moglie. Fu lui a salvarmi con un trentasei politico, durante la maturità dell'86, poiché quel non classificato in matematica perdurato in tutti gli anni del liceo era un affronto a cui la commissione non voleva sottostare.
Aspettando la finta fine del mondo quel 21 dicembre, pensavo ai piccoli conflitti, a quelli grandi, ai medi, alle borse mondiali, alla politica, la finanza, alle lobby del tabacco, delle armi, della fede, a tutti quei santi e santità inutili, all'amore ad ogni costo, a quelli che scopano in auto di nascosto, all'oro nero, alla balordaggine di certi cantautori. Pensavo a tutto il mondo, anelando un po’ l'idea di cataclisma democratico.
Pensavo all'Africa: sollevandosi a nord, avrebbe schiacciato come una noce l'Europa. E l'India: la vedevo sbriciolarsi come polvere d'oro per ricoprire e bonificare la steppa Russa. L'America latina, come un'omelette alla francese, rivoltarsi, fino a ricoprire l'intero Canada.
In quell'enorme pandemonio, forse da qualche parte le ossa del mio professore di disegno tecnico stavano ancora perfettamente in ordine. La fine del mondo mortificata da una naturale disciplina, dalla passione, dall'inesauribilmente piccolo, dal vero, dall'essenza. Un'unica verità, di eccellenza cosmica, di perfezione divina, di chi per rispetto alla bellezza muore indossando prima i guanti.

Antonello / Liceo Artistico (Palermo 1986)

lunedì 10 dicembre 2012

Game, Over, Gun, Love.



In amore ero stato un giocatore spericolato, con l'unica destrezza di saper congedare il tavolo un secondo prima di perdere ragione e rispetto. Tranne in una circostanza, ero stato dunque sempre io a gettare le carte, anche quando sembravano promettere un minimo di gioco corretto. Questo non faceva di me un eroe, e non mi conferiva alcun onore, ma in ogni circostanza, anche la più maledetta, avevo imparato empiricamente qualcosa. 
Avevo rimesso il cuore in cassaforte, ora l'unico passatempo era scrutare gli affetti altrui. Come uno stetoscopio vivente auscultavo l'aria, cercando di captare un qualunque segnale.
A Gerusalemme, tornato in hotel, l'uomo seduto al banchetto davanti all'ingresso mi borbotta qualcosa in ebraico. Provo a fargli capire che non capisco. In un inglese "sdentato" mi chiede: "you have gum?". Metto le mani dentro la borsa, frugo, cercando tra cavi e partiture una gomma da masticare. Vedo un luccichio, un bagliore improvviso. Da dietro la giacca l'uomo sfila una pistola e mi ripete con tono impaziente: "you have gun?". 
Quando incontri una pistola finisce che capisci tutto, in qualunque lingua. 
Lo tranquillizzai, mostrando l'interno della borsa, avevo perfino trovato i chewing-gum. Sembrò non bastare. In effetti il mio marsupio, nascosto sotto il maglione sul fianco sinistro, sembrava in tutto e per tutto somigliare al suo fodero. Mostrai anche quello. Non seguì nessuna reazione: voltò le spalle, la pistola sparì, tornò a sedersi e a frugare nel telefonino. Riposizionai il marsupio, trattandolo come un’arma finora a me sconosciuta, mi recai verso l'ascensore, chiusi le porte sulla vicenda. La mattina dopo, attraversando la reception, mi ricordai della notte prima e mi preparai ad incrociare nuovamente quello sguardo ruvido. Il banchetto era lo stesso, simile in tutto e per tutto a quelli dei comizi elettorali visti nei telegiornali. Ma a "filtrare" gli avventori, non c'era l'uomo con la pistola, bensì una giovane e minuta ragazza. Gli occhiali spessi le rimpicciolivano di molto gli occhi. La camicetta maldestramente stirata mostrava le piaghe e le pieghe della degenza nel cassetto. I pantaloni blu oltremare cadevano appena sopra un paio di mocassini color terra di Siena bruciata, e male si adattavano a tutto il resto. La giovane mostrava una certa sofferenza, come se, scollegata dal posto di lavoro, stesse scrivendo un messaggio al sole che fuori sembrava aver chiamato per una passeggiata. Non ci fu alcun controllo, nessuno sguardo, la sua testa cascava fin dentro il telefonino, e lì giaceva pesante. Uscito fuori, andai a sedermi nel piccolo bar di fronte. Lì il caffè era migliore, quello nel termos gigante del buffet dell'hotel mi ispirava un detergente per le scarpe. Mi sedetti al primo tavolino libero, ordinai un caffè, mi chiesero il nome, risposi infastidito: "Cos'è per Dio? Ancora un controllo? Voglio solo un caffè!". 
Con un pizzico di sarcasmo mi risposero: "Bene, se vuole il caffè deve dare il suo nome perché la chiameremo al microfono per venirselo a prendere! Qui funziona così, prendere o lasciare". 
Accettai quella sgradevolezza pensando che fosse il prezzo da pagare per un caffè migliore. Stare lì seduto aspettando di essere chiamato mi ricordava l'ufficio di collocamento, ma stavolta pensavo avrei almeno ricevuto qualcosa in cambio. Tre minuti dopo sentii dagli altoparlanti: "Anatello please!". 
Tutto sommato mi era andata meglio che in Germania. Lì – non ho mai capito il perché – il mio nome nei flyer dei concerti, negli articoli dei giornali, nella presentazione prima e dopo il concerto trasmigra al femminile, diventando "Antonella".
Sorseggiavo il caffè osservando il viavai della gente fuori. Ad un tratto, ecco la ragazza del banchetto guardare a destra e a sinistra della strada, attraversarla e piombare nel caffè degli altoparlanti. Uno sguardo fugace dentro al locale, poi, riconosciuto un viso familiare, si mosse nella mia direzione. Si bloccò, un tavolo davanti al mio, e senza convenevoli cominciò animatamente a parlare con un giovane ragazzo che maneggiava il telefono. Per ovvi motivi non capivo nulla, ma più lei alzava la voce più lui sembrava scrutare fuori dai vetri e dentro lo smartphone, proprio come se quella presenza e quella voce fossero un rumore urbano a cui  ormai per assuefazione rimaniamo  inermi. Il monologo della ragazza si animava vorticosamente, a tal punto da attirare l'attenzione dei tavoli lontani. La mia tazza era ormai vuota. Mi pareva di stare a teatro, ad una di quelle rappresentazioni scolastiche drammaticamente dilettantistiche. Pensai di alzarmi e di risparmiarmi almeno il finale, quando sul fianco – il lato che non avevo visto uscendo – vidi chiaramente la canna di una pistola: lì, proprio tra la camicetta e i pantaloni blu oltremare.  Mi chiedevo come potesse essere finita un'arma al fianco di quella che a me pareva una ragazzina. Lei imprecava con l'anima sotto i piedi e gli occhi fuori dalle orbite. Adesso sembravano non essere poi così piccoli.
Di scatto portò entrambe le mani al fianco, in direzione dell'arma. Pensai a quanta poca fortuna ci vuole a trovarsi nella traiettoria di un proiettile sparato per un amore che nemmeno ti appartiene. Ma forse era il destino che voleva chiudere i conti con me, per gli amori e le storie che avevo travolto e stravolto. Vidi una roulette, stava roteando vorticosamente accanto a me, era una visione, come un chiosco di bevande fresche alla fine di un deserto. Fu un attimo, partì il colpo. Al posto di un proiettile la ragazza spara un anello sfilato senza difficoltà dalla mano, la stessa mano che si era appoggiata sul cane della pistola. L'anello come un proiettile impazzito rimbalza sul mio tavolo, per poi carambolare dietro, e sparire nella fitta moquette. Fatto dietrofront come un plotone d'esecuzione che ha eseguito la sentenza, la ragazza volta le spalle alla scena per ripetere il percorso in direzione opposta, verso il banchetto dell'hotel. Il ragazzo continuava a fissare fuori: nulla di quel teatro sembrava lo avesse distolto o scalfito. Mi alzai, come uno appena graziato da un meteorite e dalla mala sorte. Tornai al banco: "Un altro caffè, per favore". 
"Il suo nome, please? " 
"Anatello... Anatello". 


(Tuesday 27 November 2012 - Jerusalem - ISRAEL)

mercoledì 5 dicembre 2012

Pensieri dall'Oriente.


Credo che la conoscenza sia il passo più importante per la reciproca tolleranza. Spesso la gente che deve decidere di temi così importanti e decisivi per la vita ed il futuro di interi popoli, ha visto e conosciuto solo le suite degli Sheraton Hotel. Israele e la Palestina sono luoghi bellissimi, in cui vivono uomini e donne di grande umanità e generosità. Tutto questo merita rispetto e pace. 


sabato 1 dicembre 2012

Il tacchino violinista


Avendo dormito tre ore, e male, giunto in aeroporto non avevo granché voglia di parlare. Ero una statua, un altorilievo di rimacinato duro. Quando sto zitto chi mi sta vicino comincia ad agitarsi come se la mia bocca occultasse un dossier militare, oppure una di quelle confessioni che precedono l'estrema unzione. Niente di tutto questo, avevo solo dormito poco, pensato troppo, e nella direzione sbagliata. Gli aeroporti di notte sono in qualunque stagione freddi, e ricordano da vicino la sala d'attesa dei reparti di oncologia di certi ospedali. Mi trovavo in coda per l'imbarco. Dietro di me uno sparuto gruppo di uomini sfondava il muro del silenzio con un improvvisato "carnevale di Rio", ma alle cinque del mattino all'aeroporto di Basilea nessuno sembrava gradire, io per primo. Probabilmente colleghi d'ufficio di una compagnia d'assicurazioni, avviliti da fidanzate sempre ben pettinate, o da bonus non conseguiti, avevano il fare di chi avrebbe raggiunto una di quelle località dove in hotel trovi "all inclusive": condom, sacchetti per il vomito, e un balcone per defenestrarsi verso la piscina sotto. Uno di questi aveva una voce che sembrava un violino suonato da un archetto arrugginito, e strillava a trenta centimetri dal mio orecchio. Ripensandoci il suo timbro di voce ricordava vagamente anche quello di un tacchino, già, un maledetto tacchino avvinazzato. L'allegra compagnia sganciò una delle corde che designavano la fila per l'imbarco, saltando così una decina di sbadati che non si accorsero di nulla. Quelli dietro cominciarono a borbottare, ma come insetti minuscoli, nessuno ebbe pubblicamente nulla da eccepire. Il frastuono che faceva il gruppetto era insopportabile. Il capobanda sembrava farsi beffe di tutti. Normalmente a vent'anni avrei contato fino a dieci, poi con la fredda opacità di un killer la cui tecnica era stata perfezionata in un qualche sobborgo di Palermo, lo avrei sbattuto al muro, e riportato indietro di dieci caselle. In quegli anni avevo maturato l'aggressività di un pitbull con il prurito sempre sulle gengive e una luce poco rasserenante nello sguardo. Non feci nulla del genere. Ero cresciuto e crescendo avevo perso, uno ad uno, quei maledetti denti che lacerano la carne, anche la mia. Continuavo comunque a ripetere a me stesso: "Puoi farcela, tieni le mani in tasca". Con me, a tracolla, avevo la mia piccola borsa con dentro chewing-gum, filtri anti-pressione per le orecchie e spray decongestionante per il naso. Il tutto ben nascosto sotto la giacca, poiché easyJet, come un odierno Erode, lascia vivere un solo bagaglio a mano, per passeggero. La fisarmonica trascinata su un mini carrellino stringeva le spalle per sembrare più piccola e volare con me in cabina. L'imbarco su un aeromobile include quasi sempre, oltre lo stress proprio, quello altrui. C'è la corsa ad accaparrarsi i posti migliori, lo spazio sulle cappelliere, il tutto condito da bambini urlanti da sonno perduto, e pannolini ormai saturi.

Ho sempre trovato che le hostess abusassero della propria autorità, mentre gli uomini hanno un fare più amabile, morbido, quasi materno. Sul volo quella mattina c'erano entrambe le categorie. Il passeggero seduto accanto a me russa ricordandomi il ritmo della vecchia Prinz di mio padre. Un bambino strilla come un macaco giapponese strappato dall'albero natio. Una donna con la tosse ci annuncia di essere una fumatrice incallita. Con l'andare del tempo gli odori e le puzze cominciano a familiarizzare. Gente che inizialmente si scruta con sospetto adesso ti sorride e ti offre caramelle aromatizzate per la gola. Chi vola per Israele sa che ad un certo punto il veicolo si anima, e i praticanti ortodossi cominciano quasi simultaneamente ad aprire le cappelliere per tirare fuori tutto l'occorrente per la preghiera. Forse i ventimila piedi d'altezza in cui ci trovavamo stabilivano una connessione più stabile con Dio. Con una cordicella di cuoio legano sulla fronte una sorta di piccolo cubo di legno, che viene a sua volta fissato e ancorato come una biscia: al collo, all'avambraccio ed infine al dito medio. Il rituale si conclude con la copertura del capo attraverso un piccolo scialle e l'apertura del Libro delle Scritture. Poi comincia il "dondolio" tipico con il tronco, tra la testa e il libro. Questo rituale rievoca una certa familiarità con i musicisti più attenti, quando sul palcoscenico sfilano i cavi e organizzano le partiture, con la sola differenza che il cubo sulla testa è la paga a fine serata, o la fidanzata in prima fila. Quando tutto sembrò stancante, il pilota annunciò finalmente la discesa. Le mie orecchie reggevano bene, qualcuno dietro si lamentava. Appena le ruote toccarono la pista scoppiò un tenero applauso per il pilota. Ma per ovvi motivi non seguì un bis, ti immagini un pilota che riporta in quota l'aereo per godere di un ultimo applauso? Due minuti dopo, era il caos, come quando scocca l'ora dei saldi ai magazzini Lafayette di Parigi: aperte le porte la gente si catapulta sugli oggetti come per mettere in salvo la propria vita.

Quelli del lato finestrino generalmente si dividono in "senza speranze" (perché bloccati dai primi), e "guru" (aspettano che la mandria passi per poi a loro volta scendere nella più assoluta indifferenza). Io quel giorno facevo parte della mandria, anzi ero un bisonte abbastanza in testa. Quando vuoi evitare danni al tuo strumento puoi trasformarti in qualunque pesante quadrupede. La pellicola sembrava girare al contrario, eravamo nuovamente in coda per il controllo documenti. Poi ad un tratto rieccolo: il tacchino violinista! Nuovamente all'opera, con quel suo mood stancante, dava spettacolo e noia come le prime mosche nelle prime giornate di primavera. Ad un tratto il colpo di scena, sentii chiaramente e distintamente che stava urlando nella mia direzione: "Antonio !!! Antonio italiano !! Tu ! Antonio!!!" Ci voltammo tutti. Due file più sotto, stava proprio gridando e indicando me.

Dissi ok, non so che problemi ha quest'uomo ma se voleva farmi incazzare, ebbene, c'è riuscito. Fatto cenno ai miei amici di occuparsi dei miei bagagli e della fisarmonica, serrai la mascella, e come un salmone che risale controcorrente mi feci largo tra la gente. Ero quasi davanti a lui e abbastanza arrabbiato. Non feci in tempo ad aprire la bocca che: Paff..!! Come con un’arma dal potere gelante mi colpì al petto con il mio passaporto ! "Antonio, ti è caduto il passaporto! Eccolo, amico!".

Esitai un momento, perché non avevo più sentimenti a disposizione. Aspettai che il sangue tornasse a distribuirsi per tutto il corpo.

Tirai un sospiro. Pensai a quanto è stupida e disorganizzata la violenza, e l'umore serio. Lo ringraziai con tutta la riconoscenza che potevo trovare in quel momento, poca, per uno che ti ha appena graziato dall'inferno della burocrazia. Riscendendo lungo il fiume di persone mi sentii stupido, perché la natura umana nella sua forma più leggera mi aveva sfiorato e io, per sbadatezza, o per carattere plumbeo, quel giorno, non l'avevo riconosciuta.