Ogni viaggiatore che si rispetti tiene un diario di bordo. Raccontare è come viaggiare, e se non porti con te un po' dell'altro, i tuoi orizzonti saranno sempre ridotti a quello che hai creduto di vedere.


Antonello Messina



venerdì 23 novembre 2012

Al calar del sipario



Alla fine le emozioni si sommavano come fotogrammi di un film. C'ero io al pronto soccorso con la schiena da riparare, ed un giovane medico che all'analgesico avrebbe voluto integrare un ticket gratis per il concerto della sera. C'erano i miei compagni musicisti che ballavano al bar degli Africani a La Chaux-de-Fonds. C'ero ancora io, e Paul per le strade di Coira alla ricerca di una zuppa calda prima del soundcheck. C'erano i tecnici, le cui vite imperturbabili e impenetrabili mostrano lo stesso rivestimento dei flight case, forse perché in quel maledetto ruolo non c'è manco la piccola beatitudine che scaturisce dal  palcoscenico, e nessuno che, posati gli attrezzi, ti dica con un barlume di luce riverberata negli occhi: "grazie, è stato bellissimo". C'era il pubblico, che come la marea, va e viene.
Mi piaceva quell'essere macchina sul palcoscenico e burro per le strade dei posti che visitavo. Da quando il mio atelier vive, ho a mia insaputa cominciato la ricerca di oggetti sparuti. Roba che non stavo cercando. Loro vengono a me, calamitati dalla mia sensibilità, ed io a sua volta vado a loro, come un magnete attratto dalla ricerca di un sentimento di pienezza, che non ho ancora ben contemplato. Quel pomeriggio avevo mollato la fisarmonica sul palco, e con passo felpato abbandonato lentamente il palcoscenico. Questo, come in una foresta tropicale, era una palude di cavi da collegare, fili e radici che al posto di tronchi si aggrappavano a casse, monitor, amplificatori, luci, strumenti musicali. Adesso ero fuori ed annusavo il boulevard come un segugio segue una traccia, cercando di capire cosa potesse offrirmi. Il vecchio della brockenstube (robovecchi) parla solo francese, ed io entrando in quel mondo dimenticato avverto subito l'odore rugginoso del ferro vecchio, dei decenni di umidità che albergava nelle tappezzerie, dell'odore di musica pressata sotto forma di vinile, di vecchi almanacchi, e di animali impagliati che ricordano i pendolari tristi delle stazioni della Svizzera interna. Mi muovevo come su cocci di vetro, cercando in quei pochi centimetri di non scaraventare nulla per terra. Quel vecchio mi aveva accolto come si accoglie la fortuna che entra dalla porta principale. Aveva una gamba offesa e affidava il suo pesante corpo al manico di un bastone di legno. Non ho mai avuto talento per le lingue straniere, ma la gentilezza si traduce e comprende subito, in qualunque idioma. Mi sussurrò come un segreto impronunciabile: "Caro signore, oggi troverà tutto al 50%!". Aveva Il fare di chi aveva vissuto tempi migliori, ma la dignità e la fierezza albergavano ancora in quelle ossa stanche. Quando voglio, io so sorridere, e quel giorno non risparmiai, abbozzai perfino due parole in francese, e partii alla ricerca di ció che non stavo cercando. Come in tutti i negozi di robivecchi, c'è tutto e niente. C'erano vecchi ferri da stiro a vapore, neri, come il pane bruciato, un telefono di bachelite fredda e dura in tinta rosso carminio, due bambole di plastica spettinate di cui una a gambe all'aria probabilmente vittima della morbosità di chi spera di trovare chissà quale lingerie sotto. Ed ancora, un vaso da notte, attrezzi da dentista, tazze da the, da caffè, bicchieri da tavola, da liquore, flûte da Champagne, bicchieri da cocktail, a coppa, a tulipano, a calice, shot, quella grande tavola che li ospitava sembrava la skyline di una moderna metropoli. Volevo essere gentile con quell'uomo e utile alla sua causa, alla sua sopravvivenza. Finsi a me stesso di essere interessato a quello sconto, come un bambino dinnanzi ad un bussolotto pieno di canditi. Ma più mi addentravo, meno riuscivo a trovare qualcosa che fosse plausibile da acquistare, soprattutto agli occhi di quell'uomo, perché non doveva sembrare una buona azione, ma bensì un servizio reso. La vidi. Una piccola bottiglietta smerigliata, dal classico disegno un po' anni 30. Svitai il tappo e avvicinato il naso provai a capire cosa avesse contenuto nel corso di quei decenni. Forse alcool, forse un profumo, acqua al tamarindo, sciroppo d'acero, o forse un potente veleno. Il tappo era color ottone e una volta sollevatolo senti solo odore di polvere. Il tempo aveva spento ogni ricordo. La posai nuovamente come si muove un pezzo vincente sulla scacchiera. Forse prima delle prove, di una cena, di un concerto e di un bis non sarebbe stato intelligente e comodo portarsi dietro quel piccolo delicato oggetto. Avevo deciso, sarei tornato il giorno dopo. Affrettai il passo anche perché il telefono cominciò a vibrare, segno che i tecnici mi stavano cercando per il mio soundcheck. Sfoderai il sorriso delle grandi occasioni e disse all'uomo che nel frattempo sfogliava una rivista di moda anni sessanta: "tornerò domani!". Mi regalò ancora un sorriso, allo stesso tempo una delle due palpebre mezza abbassata sembrò dirmi: "si fa per dire, non tornerai più".
 Il giorno dopo consumai la colazione come un rituale meccanico e mi avviai verso il negozio, quella palpebra volevo vederla alzarsi, come la saracinesca di un negozio. L'aria era freschissima, ed io nel mare di gente che si muove al mattino sembravo uno che avesse qualcosa di importante da fare. Aperta la porta l'uomo dalle stampelle si mise una mano sulla lunga barba e mi sorrise con curiosità. Andai dritto verso la piccola bottiglia, l'ultimo scaffale sulla destra, proprio dietro... Oddio!  era sparita! guardai ancora meglio, ricordavo tutti gli oggetti a lei fratelli, ma di lei proprio nemmeno l'ombra.
"Excusez-moi monsieur,
la piccola bottiglietta qui, era proprio qui, non riesco più a trovarla... "
L'uomo si passo ancora una volta la mano sulla barba: "incredibile" rispose. "Mezz'ora dopo di lei, cinque minuti prima della chiusura, è entrata una giovane donna e l'ha comprata!
è l'unico oggetto che ho venduto negli ultimi 3 giorni!
ma guardi lì, lì in basso ne troverà delle altre."
Finsi di guardare con interesse poi abbozzato l'aspetto di uno che è arrivato secondo sul podio della vita dissi: "non importa.. era destino".
 Tornai all'hotel, mi tolsi le scarpe e mi distesi sul letto. Le lenzuola erano fredde e la luce era quella di un quadro di Jan Veermer. Fissando il soffitto ripensai a tutta la storia. A quella donna che in negozio con migliaia di oggetti a disposizione aveva scelto proprio il mio. Che faccia aveva? che storia l'accompagnava, ma soprattutto, cosa avrebbe fatto della piccola bottiglietta? avrebbe accolto un profumo, acqua al tamarindo, sciroppo d'acero, o forse un potente veleno?
Quando mi svegliai ricordai che era tutto vero, e che sul comodino e nella mia vita c'era di tutto, tranne quella bottiglietta. 






























(La Chaux de Fonds - SUISSE) 

lunedì 19 novembre 2012

Un giorno senza miracoli.


Un' antichissima leggenda vuole la città di Pisa sorella giovane di un' omonima città greca. I nostri occhi e la nostra mente sono abituati a veder nascere interi quartieri e centri commerciali come fiori di campo su campi privi di fiori. Riflettendoci sopra, come per il concetto di infinito, l'infinitamente piccolo certe volte è duro da immaginare. La scintilla che innesca un incendio, un virus capace di uccidere milioni di cellule sane, il primo proiettile sparato in una guerra, un solo sguardo capace di farti piombare nell'amore per sempre. La prima casa che fondò Pisa certamente era scomparsa da secoli, e quelle che guardavo affacciarsi sull'Arno erano lontane pronipoti dal viso interamente rifatto. Me ne stavo cullato e piegato sopra il palcoscenico a collegare i cavi alla fisarmonica e pensavo a ciò che rende così speciali e diverse certe città italiane, non tutte, molte. Il rinascimento ha prodotto dei miracoli ma siamo sicuri che se staccassi dalle fondamenta palazzo Strozzi a Firenze, e lo piantassi come un albero ad Amburgo otterrei la stessa magnificenza? 

Cosa ne verrebbe fuori? Pensavo a qualcosa di osceno, a quelle accozzaglie e brutture collettive che ormai siamo abituati a vedere spesso nei musei d'arte contemporanea. Collegando l'ultimo cavo alla presa della corrente elettrica l'idea si accese sopra la mia testa: la luce! è tutto lì. L'armonia delle architetture di qualunque epoca in Italia ha come additivo segreto la luce, e peccato che in nessuno dei tre volumi di storia dell'arte italiana a Giulio Carlo Argan fosse passato per la testa di dirmelo. Pensando a Roma mi veniva in mente ora Camille Corot e quel suo color ruggine che scalda e sporca i muri più di un barolo d'annata. Quel rosso se lo porti oltre Chiasso si spegne. Un sangue che coagula subito, che muore per carenza di luce e forse pure di storia. Tutti questi messaggi mi dicevano che non stavo bene, campo dei miracoli così vicino pareva afferrarmi per il bavero della giacca e portarmi davanti ad uno specchio a mostrarmi il ciclo della vita, la mia compresa. Ora il battistero, ora la torre, il muro che annuncia il cimitero. Non c'ero stato ma avvertivo quella porta spalancata sulla storia, come un meteorite sopra la testa. Generalmente quando mi trasformo in una spugna e comincio a captare segnali da tutte le parti è un chiaro sintomo che qualcosa deve accadere, e stava accadendo, lì, da qualche parte, oppure a mille chilometri da quella luce, e come l'impianto audio del concerto, quel qualcosa stava per essere acceso. Il concerto defluiva come il fiume accanto, fino a quando il buio non ci avvolse tutti. Nell'ombra bisognava trovare un'altra magnificenza, un appiglio di bellezza, ma due in un solo giorno sarebbe stato impossibile, e così fu. 

Friday 17  August 2012 -   (Pisa - ITALY)

martedì 13 novembre 2012

Sabbia e Mocassini.


Prima del concerto ci sarebbe stata tutta una mattinata da smaltire. D'estate i musicisti jazz avvertono sovente il richiamo del mare, ma sempre e solo quando c'hanno da suonare o comunque un altro impegno conclamato, così  nei tempi di magra preferiscono smaltire le giornate davanti al monitor di un pc o si godono le città semideserte e le telefonate di quelli che distesi sulla battigia pensano sia "chic" telefonare ad un sassofonista o ad un pianista in pantofole. 
Quel giorno avevo anch'io con me il costume ben camuffato sotto gli abiti della sera prima. Il ristorante a dieci metri dall'acqua offriva i suoi tavoli liberi ed io alle 11.00 del mattino come uno sbucato da una miniera di carbone chiedevo un tavolo libero per me e per la mia fisarmonica. Quest'ultima, come il sottoscritto dal chiuso del suo tabernacolo sembrava non gradire l'afa e la visione di quelli che in spiaggia scrutano il giornale dello sport e la cellulite da un'improbabile fessura dei ray ban. In ogni caso io seduto al tavolo con sopra il canneto e la fisarmonica sotto il tavolo saremmo stati entrambi meglio all'ombra. Io ero impegnato ad osservare il mare attraverso un bicchiere vuoto. Lei, la mia 120 bassi sembrava gradire la brezza marina e la vista sul mar Tirreno, sempre meglio che starsene al chiuso nel fuoco del bagagliaio. Può uno strumento musicale avere caldo? probabilmente sì, certamente, se le cartilagini delle voci sono fatte di cera, in ogni caso non avrei voluto scoprirlo nel bel mezzo di una tournée. Quando dissi agli altri che non mi sarei tuffato qualcuno tirò un sospiro di sollievo perché un volontario vigilante degli  strumenti e degli effetti personali in quelle circostanze è più prezioso di una bibita ghiacciata. A pensarci bene il vero mare sembrava quello sulla spiaggia, in decine di centinaia come sul set per la pubblicità di un gelato smaltivano il caldo e la noia sotto il sole. Io come il regista malaticcio di un film in bianco e nero osservavo il set che non avevo voluto. Ordinai il mio solito chinotto, con la tracotanza di chi almeno lì (in Toscana) l'avrebbe trovato e ricevuto, oltralpe quando chiedi un chinotto arricciano il naso e guardano il cielo, poi ti propongono apfelsaft (succo di mela) o ancor peggio la Rivella, mai bibita fu più detestabile (almeno per il sottoscritto). Andare al mare e non sentirne il rumore è come andare al cinema bendati, ma il caos di radioline, suonerie di cellulari e chiacchiericcio generale era così alto e vorticoso che quando arrivò sulla strada il camioncino con megafono che vendeva tappeti non sembrò essere totalmente fuori luogo. Pensai, con un pizzico di magone,  che per quel giorno non avrei visto mestiere più disgraziato di quello. In pieno Luglio, in spiaggia, a chi verrebbe in mente di comprare un tappeto orientale? 
Quella dodecafonia imponeva di isolarsi, misi le cuffie con la sinfonia n.1 di Charles Ives, e pensai che i musicisti in costume vanno un po' compresi. Le occhiaie, il costume sbiadito da anni di cassetto, le gambe storte piegate dal peso dei Marshall.... e i pasti in autogrill che ti massacrano il corpo, più della mente. Tutto sommato i compagni di quel viaggio si difendevano bene. Quando tornarono al tavolo, gocce di mare fresche mi raggiunsero, e per un attimo pensai anch'io di essere con loro, lì come tutti, al mare. 

(Thursday 16  August 2012 - Spiaggia di Carbonifera - Toscana - ITALY)



giovedì 8 novembre 2012

Frauenfeld footprint.


Avverto il fischio del treno, la stazione dunque non è lontana. Oggi, come spesso accade, la prima colazione mi trova da solo ed in pessima compagnia di asettiche marmellatine in comode confezioni monouso. Il concerto di ieri è planato e poi atterrato bene, e quest'anno sulla sinistra i fiati di Paul sono una finestra spalancata sulla musica di ogni tempo. Di questa città (Frauenfeld), come ormai di consuetudine, conosco solo il club dove ho suonato, le luci notturne del tragitto che conduce all'hotel, la camera con arredo bizzarro stile "Country". La filodiffusione della prima colazione ora propone un morbido Christopher Cross, con un timbro un po' efebo canta "All Right", che ben si confonde con un altro fischio del treno, entrambi a convincermi che un nuovo giorno comincia, proprio ora.

lunedì 5 novembre 2012

"Untitled Painting"


Dipinto su commissione.  Olio su tela 50 X 70 

Nella versione "Pittore", mi chiedo: e se avessi avuto il tempo o la decenza di scegliere solo la pittura?, o se avrò un'altra vita da qualche parte, che mi vede lontano dalle autostrade e dal sipario, ed in sola buona compagnia di pigmenti, tele, e orizzonti da catturare.