Ogni viaggiatore che si rispetti tiene un diario di bordo. Raccontare è come viaggiare, e se non porti con te un po' dell'altro, i tuoi orizzonti saranno sempre ridotti a quello che hai creduto di vedere.


Antonello Messina



martedì 9 agosto 2016

domenica 7 agosto 2016

SWISS CITYSCAPES



A new route, a new idea. A journey through Swiss towns and their charming atmosphere. A travelling project, aiming to capture the magic of the most beautiful spots in Switzerland.

Un nouveau parcours, une nouvelle idée. Un voyage à travers les villes helvétiques et leur charme. Un projet itinérant, pour capturer en peinture la magie des plus beaux coins de Suisse.

Un nuovo percoso, una nuova idea. Un viaggio attraverso le più belle città elvetiche. Un progetto itinerante, per catturare gli scorci più suggestivi della Svizzera. 
AUGUST 2016

giovedì 27 agosto 2015

Parole sul binario sbagliato


Il treno che mi porta verso il sud della Francia, sfreccia velocissimo. 
Sono maledettamente abituato ai treni, al loro diverso afrore, al loro diverso dondolare, ai bagni fuori servizio, a quelli che per la fretta di salire non ti fanno scendere. 
Solitamente per una qualche maledetta congiunzione astrale mi trovo seduto di fronte un moccioso che strilla emettendo suoni incredibilmente striduli, sembrerebbe per il puro gusto di farlo. Le madri sedute accanto, sono generalmente incuranti del disturbo arrecato dalla propria prole. La madre di questo sembrava perfino rilassarsi. Una rivista in mano, uno sguardo ad una pagina qui, un'occhiata lì, mentre la sua creatura urla, urta e aggredisce l'umore dell'intero vagone. Eccola: ora gira le pagine con la stessa pacatezza di una casalinga che ha già preparato la cena per la sera e si gode la vita, seduta dal pedicure. La guardo fissa, con un misto di disprezzo e incredulità, ma lei nulla, non alza lo sguardo. 
In questi casi, spinto dalla crescente disperazione mi cresce una forza bruta, sollevati i miei 40kg di bagaglio (una ventina sono a causa della fisarmonica) cerco riparo in un altro vagone. 

Il vagone successivo sembra presentarsi meglio: ragazzo in t-shirt con cuffiette letteralmente inglobato dentro il suo smartphone, trentenne obeso che dorme, anziano con parole crociate. Sto per chiudere gli occhi quando dal sedile opposto sento la voce di una donna. 
È una vecchia signora cappello scuro, occhiali dalla montatura nera. Non sembra eccessivamente trasandata, ma la borsa e la busta che l'accompagnano e che tiene saldamente strette sono palesemente lerce. 
Penso: sta conversando con l'uomo di colore di fronte, ma guardando meglio quest'ultimo: sta profondamente dormendo. Ma dunque con chi parla? la fisso per qualche secondo, ebbene: parla da sola. Il mio francese è un tantino peggiore del mio tedesco, ma fortemente incuriosito da questo improvvisato monologo provo a foraggiare le mie capacità linguistiche e mi improvviso ascoltatore. 
Le parole buttate lì, una dopo l'altra sembrano non voler dire nulla, ma pian piano come in un puzzle, un mosaico esploso comincio a mettere insieme le fila del discorso. 
Ecco, sembro capire: si è appena svegliata, chiama la servitù. Donne dai nomi esotici, che dovevano filare molto a giudicare dalla cadenza seccata e insistente. 
Poi c'era il ménage della villa da gestire, la cena con gli invitati, gente da tutta Europa sembrava dover partecipare, bisognava mandare un'auto li, un'altra da tutt'altra parte. 
Il salone! arieggiare bene il salone. Poi improvvisamente eccola: in viaggio Parigi-New York. Le strade dove c'erano i negozi buoni, i ristoranti dove avresti trovato un ottimo servizio, posate leggere e luccicanti. Chiaramente, in quel vagone non solo il solo che sta ascoltando, infatti tra una pausa e l'altra con gli altri passeggeri ci lanciamo degli sguardi divertiti come per dire: bó?! 
Sembra stanca, le scarpe consumate sono di una che ha camminato tanto e non certo accompagnata dall'autista (come nei suoi sfavillanti viaggi). Il tono improvvisamente  diventa più duro, ora  parole come: "non potete farmi questo, la polizia,  la magistratura, si la magistratura, vedrete", ecco. Adesso queste parole  hanno una cadenza funesta, marziale. 

Ed io comincio ad incollare insieme le parole, come vagoni di un treno in miniatura. La storia di miseria in cui era caduta questa donna cominciava ad essere limpida, lucida, come se la follia avesse ancora per un qualche motivo, un cavo elettrico collegato alla realtà, al passato, a quella vita cominciata a grande velocità e finita nel binario sbagliato.

lunedì 13 aprile 2015

SPQR





La prima grande sensazione arrivando a Roma è che la città abbia più abitanti di quanti ne servono. Fuori dalla stazione Termini si vedono tutte le facce del mondo, e il caos di bus che partono dal piazzale, chiamato dei Cinquecento, sembra il modello in scala di una delle innumerevoli bancarelle di souvenir e gadget,  perlopiù utili a nessuno, o forse sta a parafrasare il numero approssimativo delle tante linee che tagliano come burro la capitale. 
Però, la città, perfino nelle sue brutture, è accarezzata da una formidabile luce ottocentesca, che scalda indistintamente colonne, capitelli, i piccioni ingrigiti dallo smog, i cestini vuoti dei fast food abbandonati sotto il marciapiede. 
Ci vuole forza per vivere a Roma, per affrontarne le buche, le macchine che sfrecciano da ogni angolo, neanche fossero inseguite da droni impazziti, pronti a disintegrarle al primo semaforo rosso. Bisogna essere un po' legionari, un po' imperatori dispotici, e allora, solo allora, capisci perché quella città fu capace di conquistare il mondo. C'è il profumo del caffè, e i “pizzettari” che si alternano ogni 20 metri, creando una sorta di invisibile collegamento internet di essenza filante e odorosa. 
Sto ancora costeggiando la grande stazione; in via Marsala un vecchio uomo con tanto di cappello borsalino esce da un elegante portone. Sembra una di quelle figure che improvvisamente compaiono nelle pagine di un romanzo di Gadda, o di Moravia, certamente sbucato fuori da un altro tempo. Dal fianco della gamba destra defila un bastone in legno mogano, e con l'estremità di quest'ultimo comincia a tocchettare con minuscoli movimenti un ammasso di coperte lerce sopra un cartone, sotto di queste si scorge la figura di un uomo, di una donna, di uno dei tanti disperati che in quegli angoli di strade trovano, cercano riparo. 
Continuo a osservare a distanza; il vecchio e distinto uomo, dopo essersi leggermente chinato sembra aggiungere più vigore ai piccoli affondi del suo bastone. Dall'altra estremità, dal basso di quel disperato mondo non giunge alcuna risposta, nessun sussulto.
Mi guardo intorno, ne vedo molti altri, distesi, appoggiati ai muri, aggirarsi su scarpe senza lacci. 
Penso che forse è un fatto normale, una consuetudine che le odierne metropoli ci dispensano senza troppi sensi di colpa.
Se vuoi sapere qual è il vino peggiore che puoi trovare in una città, devi guardare tra i cartoni di questa gente. 
Decido di alzare lo sguardo, uno splendido gabbiano dischiude le bianche ali sopra il tetto di un’edicola. Ha uno sguardo, fiero, sicuro, e sembra non badare troppo al frastuono dei clacson, dei motorini smarmittati, della musica assordante che tracima fuori dai negozi di abbigliamento, dalle sirene delle ambulanze. Roma non è proprio sul mare, ma i gabbiani che la popolano e che abitano il Tevere concedono ai monumenti un’ulteriore sbeccata, una leggerezza, uno slancio, verso il cielo. 
Il sole, arancione fiamma, s’infila in ogni crepatura, accarezza ogni marmo, tufo, travertino.
Rimango con la testa in aria, in venerazione: perfino le parabole e le antenne dei pakistani o dei marocchini mi sembrano tutto sommato belle, aggraziate, gentili.
Al ritorno verso la stazione mi ritrovo nuovamente in via Marsala. Non c'è più l'uomo distinto, con cappello e bastone, non c'è più il disperato sotto le coperte. 

Rimane solo il cartone lercio, la scatola vuota del vino peggiore che si può bere, sotto la luce più bella del mondo.  




domenica 15 febbraio 2015

" L'ultimo Tango "



La serata era ormai quasi del tutto scivolata, tra sudori e profumi che in un cocktail perpetuo si mescolavano fino all'ultima Milonga. Jordan ha lanciato dalla consolle un tango struggente, e ha annunciato che questa era una serata speciale: Françoise compiva gli anni. 
Il tango ha le sue alchimie e le sue regole, e queste spesso non esistono in nessun libro. Come in un incantesimo silenzioso Françoise si è trovata al centro della sala, avvolta nell'abbraccio di Jordan. Noi, come ombre discrete, ci nascondevamo ai margini della sala. La musica ha continuato a farli volteggiare fino a quando l'ombra di un altro uomo si è sostituita al primo, continuando la danza senza interrompere quell'incanto. In quella morbidezza di passaggi tutti gli uomini piano piano si sono alternati dolcemente, e Françoise avvolta da palese emozione ha continuato a volteggiare tra braccia diverse. 
Io ero l'ultimo, e l'ultimo sono stato fino allo spegnersi di quella splendida musica. 
Non ho mai visto niente di più delicato, affabile, cavalleresco. 

Riposte le scarpe da ballo in borsa, ero pronto, contento di tornare a casa. 
La pista ormai vuota raccontava della splendida serata appena trascorsa. 
Dall'altra parte della sala Murielle, anche lei ha già indossato gli scarponi per affrontare il freddo e la neve fuori. 

Ci guardiamo come per dire: "beh, è proprio finita". Ma la musica continua a risuonare, allora un sorriso ci convince a ritornare in pista nonostante quelle scarpe sbagliate, per quell'ultimo volo comune, per quell'ultimo tango, l'ultimo di una serata magica. 


martedì 10 febbraio 2015

Colore per la Pace.



Oggi, solo per qualche ora, ho lasciato in sospeso il mio progetto "Le Visage des Bolzes". Nella speranza che uomini di pochi scrupoli (ad est come ad ovest) facciano cessare, o evitino di fare ancora più pesantemente esplodere, il conflitto in Ucraina. Omaggio ad un grande pittore Ivan Aivazovsky, nato nel Luglio del 1817 in Crimea da una famiglia povera di origine armena. Sfogliando le pagine di un suo libro, la sua pittura mi ha donato un gran senso di pace. Il bene, l'amore e la tenerezza non si restituiscono solo con le parole, allora ho abbracciato una tavoletta e di getto ho realizzato questo piccolissimo dipinto. Non è straordinario come quelli di Aivazovsky ma il senso di gratitudine alla sua pittura è enorme.

Purtroppo la gente che ama la guerra non capisce l'arte.


sabato 12 luglio 2014

L'uomo di Bronzo



Mi riesce difficile pensare a quelli che dicono di amare una città, senza averla mai veramente odiata.

Lisbona non si può odiare. Perfino quel pizzico di decadenza che avvolge certi edifici dalle piastrelle screziate, a tratti mancanti, come uomini sdentati, sembra essere venuta fuori dalla matita di uno scenografo che vuole farci commuovere, a tutti i costi.
Si, si rimane solo rapiti, e perfino i marciapiedi scivolosi sembrano accompagnarti prima che ad uno scivolone, ad una danza suadente, sensuale.
La più tragica delle inadempienze di questa città si lascia perdonare con una semplice "pastel de nata", perché al prezzo di un solo euro chiunque può godere di un esplosione di felicità, già: la felicità a Lisbona è a buon mercato.
Alla Rua da Rosa c'è un uomo statua, uno dei tanti che si improvvisano agli angoli delle città.
Il vestito, la faccia, i fiori finti, una bombetta sulla testa, il tutto avvolto da un unico cromatismo imperante: un bronzo dorato che lo fa apparire in tutto e per tutto simile ad una statua, arrugginita, vittima delle intemperie e dei tanti piccioni snervanti.
Sotto i piedi un palchetto, dentro risuona, distorta per la pessima qualità dell'audio, una musica malinconica.
È già quasi il crepuscolo.
L'uomo di sangue e ferro sta terminando di fumare la sua sigaretta/pausa.
Io rallento il passo e cerco di carpirne i sentimenti, proprio in quel frangente di tempo in cui non sta recitando: l'immobilità assoluta, l'assenza.
Sembra stanco, pensieroso. La piccola nuvola che avvolge la sigaretta e la sua faccia lo fa sembrare simile al pezzo di una vecchia locomotiva a vapore, stanca ma arrivata finalmente in stazione.
Ecco: un ultimo tiro, un sospiro di brezza marina, ed il segno della croce, in questo piccolo gesto finale, scopre e rivela tutta la sua mortalità e fragilità. Ora nuovamente su, sopra il palchetto, come un cristo pagano al servizio dei turisti più beceri e goliardi.
La croce, gesti, simboli di cui Lisbona brulica, ha fame, e ne offre ai suoi ospiti.

L'uomo statua: la solitudine dell'artista mi porta ad immaginare un uomo che sorride a tutti quelli che gli offrono una moneta, e poi dispera immobile, con se stesso. Perfino a Lisbona.